Di Luca

Una delle cose che ci siamo sentiti dire più spesso da quando è stato lanciato il manifesto di Socializzazione Scolastica è stata, come ci si poteva aspettare, dove avremmo trovato i soldi necessari per mettere in piedi una rivoluzione del genere.

La risposta, semplice e diretta, è stata messa proprio nel manifesto:

«Ci salvi l’eccezione! Torni il particolare! Sì! La parola attiva che cancella per sempre qualsiasi pensiero passivo: noi non chiediamo, bensì noi vogliamo. Con quali risorse rifondare l’istruzione pubblica? Chiederà il pignolo cambiavalute sempre attento a far quadrare il suo tornaconto. Con la risorsa più grande e preziosa dello Stato: Noi stessi. Fondamenta viventi, organiche, volontarie e non meccaniche dell’Italia.»

Il manifesto parla chiaro: noi non chiediamo, noi vogliamo la responsabilità di costruire, che appartiene alle braccia più forti della nostra generazione.

La volontà dei giovani italiani è la materia prima dalla quale partire per rifondare questo appassito e sconfitto sistema scolastico. I soldi sono un mezzo di secondaria importanza per quanto ci riguarda e chi sostiene il contrario è perché vede nel denaro il fine ultimo per il quale vale la pena fare qualcosa.

Ma davvero è così vincolante la questione economica da poter impedire l’avvio di progetti e iniziative? Ovviamente no. Troppo spesso quando viene lanciata una proposta politica, o non viene portata a termine da chi governa, viene giocato il jolly della mancanza di soldi.

«Dire che uno Stato non può perseguire i suoi scopi per mancanza di denaro è come dire che un ingegnere non può costruire strade per mancanza di chilometri.»

Diceva Ezra Pound, ed è proprio il caso della scuola pubblica italiana.

I soldi infatti ci sono e se qualcosa non si riesce a far funzionare è per incompetenza, mala gestione, o peggio, malafede.

Parlando di dati, l’Italia è fra gli ultimi Stati in Europa per fondi destinati al settore dell’istruzione primaria, secondaria ed universitaria che si aggira nell’intorno del 7% (dato risalente al 2017) contro una media europea del 10,2% della spesa pubblica totale.

Oltre alla inadeguata spesa pubblica, che denota l’importanza che ricoprono per il governo le nuove generazioni, vanno aggiunti tutti gli sperperi e le conseguenze della cattiva amministrazione di quello che è il sistema scolastico.

Si pensi che gli sprechi di cibo nelle mense costano circa 360.000€ al giorno ed il servizio non viene garantito nemmeno in tutto il territorio nazionale.

Per i dismessi banchi a rotelle del ministro Azzolina, ad esempio, dei quali il costo singolo era quasi tre volte quello di un banco tradizionale con delle cifre ingiustificabili (250€ circa), sono stati letteralmente buttati via 119 milioni di euro.

Un vero e proprio furto ai danni degli studenti e, se nessuno pagherà per questo, si ringrazi la tenera repubblica italiana che ha ben pensato di lasciare un bel posto caldo da deputata alla cara Azzolina.

Parlando di edilizia invece, si considerino le condizioni inaccettabili di molti stabili, con problemi che vanno da quelli strutturali a quelli tecnici che più volte sono stati oggetto delle nostre battaglie.

Esiste poi un enorme potenziale che non viene sfruttato: secondo i dati del Ministero stesso, vi sono infatti 3.087 plessi attualmente non utilizzati. Il grosso si trova nelle regioni del sud, dove se ne concentrano 1.798. Nelle quattro regioni dell’Italia centrale se ne contano 541, pari al 7% di tutti gli edifici scolastici esistenti mentre al nord la disponibilità si riduce al 4%, con 739 edifici.

Cifre alquanto elevate che però mostrano tante possibilità se venissero sfruttati.

Se mossi dalla giusta spinta ci sarebbero le carte per riprendersi in mano e rifondare il sistema con una gestione rivoluzionaria che non lascia spazio a furti e sperperi.

La base è proprio la visione differente del sistema stesso che vuole connettere la scuola con il territorio ed abbattere le barriere fra scuola e lavoro, insegnante ed alunno, pratica e teoria.

Trasformando la scuola in un polo vitale, creando una vera e propria comunità umana che vede lo studente come protagonista e costruttore di quella che deve essere una palestra di vita.