Di Sergio

In un piccolo libro scritto nel 1871, tra le mura del Fort du Taureau dove era rinchiuso in isolamento, Louis-Auguste Blanqui firma un testo fuori dal tempo e fuori dal genere: L’Éternité par les astres – L’eternità viene dagli astri. È un’opera che non assomiglia a nulla nella storia del pensiero socialista e rivoluzionario: un trattato cosmologico scritto da un agitatore politico. Ma sotto la veste di una “ipotesi astronomica” si cela un’interpretazione radicale della storia, dell’azione e del destino umano.

Blanqui, il socialista che guardava le stelle

«Ogni astro, qualunque esso sia, esiste dunque in numero infinito nel tempo e nello spazio, non soltanto sotto uno dei suoi aspetti, ma quale si trova in ognuno degli istanti della sua vita, dalla nascita sino alla morte. Tutti gli esseri distribuiti sulla sua superficie, grandi o piccoli, viventi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità». Blanqui parte da un assunto apparentemente scientifico, ereditato da Laplace: l’universo è infinito, ma la materia e le sue combinazioni sono finite. Ne consegue che, in questo infinito, ogni possibile configurazione della materia — ogni vita, ogni gesto, ogni errore — si ripete all’infinito. Esistono dunque infiniti “doppi” di noi stessi, dispersi nel cosmo, che vivono la nostra stessa vita o versioni leggermente diverse. L’universo è popolato da copie, da simulacri, da mondi gemelli. Ma qual è il senso politico di questa cosmologia, che a qualcuno potrebbe ricordare film come Interstellar o il più recente Mickey 17?

Rivoluzione e tempo

Per Blanqui, il tempo non è più una linea che conduce al progresso. Qui affiora la stessa intuizione “sovrumanista” che sarà di Nietzsche e Wagner, e che attraversa la tradizione intellettuale della rivoluzione conservatrice fino alle formulazioni sul tempo e la storia di Adriano Romualdi e Giorgio Locchi. Non esiste una storia che si sviluppa teleologicamente verso l’emancipazione dell’uomo. La rivoluzione, se trionfa, lo fa solo localmente — e anche quando fallisce, trionfa altrove. Ogni sconfitta contiene, altrove, la sua vittoria speculare. È il massimo del disincanto, e insieme un atto di fede laica: non esiste giustizia storica, ma tutto è possibile, sempre. Nel momento in cui Blanqui scrive, la Comune di Parigi è stata repressa nel sangue. Lui stesso è escluso dai pochi mesi di “repubblica sociale” che ha atteso per tutta la vita. Ma L’Éternité par les astres non è un testo di disperazione. È, paradossalmente, una teologia senza Dio, dove il fato si chiama materia, e la redenzione si chiama ripetizione. Una risposta “fisica” al problema della giustizia storica: se l’uomo giusto è stato schiacciato, sarà vendicato — altrove, in un altro universo.

Una nuova forma di libertà

Ecco allora il nodo centrale: Blanqui rinuncia alla storia come progresso, ma non alla rivoluzione. Anzi, la trasporta su un piano metastorico e cosmico. Ogni lotta è insieme disperata e necessaria, perché è sempre reale da qualche parte. L’impossibile non esiste più. Il potere viene spogliato della sua unicità e sostituito con una pluralità di mondi dove, prima o poi, cede. Questa visione ha qualcosa di profondamente anti-borghese. Contro il positivismo ottocentesco, che vedeva nella scienza e nel progresso tecnico il motore della civiltà, Blanqui oppone un eterno ritorno dove la scienza non è garanzia di dominio, ma strumento per decostruire la linearità della storia — quella stessa linearità inaugurata, secondo Locchi, dalla sovversione giudaico-cristiana. In questo universo, anche i potenti, anche gli imperi, sono destinati a ripetersi — e dunque a perire, eternamente. L’universo è una macchina che dissolve ogni privilegio nell’eterno ritorno dell’uguale. Nessun Napoleone è unico. Nessuna sconfitta è definitiva. Nessuna verità è stabile. E proprio attraverso questa presa di coscienza “abissale”, per dirla con Nietzsche, Blanqui ritrova una forma di libertà per sé e per l’umanità europea.

La radicalizzazione dell’immanenza

Il suo non è relativismo, ma radicalizzazione dell’immanenza. Blanqui non è il “Cristo del XIX secolo” — come lo definirono i suoi contemporanei — bensì un novello Prometeo, per il quale l’uomo è chiamato a costruire il senso del mondo. La politica, in questa ottica, da mera amministrazione si fa cosmogonia — ma non per sottomettersi all’universo: per affermarsi come suo legislatore. L’uomo crea mondi. Letteralmente. Questo pone Blanqui in aperto contrasto non solo con il progressismo moderno, ma con l’intera concezione contemporanea di storia come marcia lineare verso un “futuro migliore” — ovvero, verso la fine della storia e l’avvento dell’ultimo uomo. Per Blanqui il futuro non è migliore o peggiore: è semplicemente una variazione del presente. E proprio perché tutto è già accaduto, tutto è ancora possibile. Il compito non è attendere, ma agire. Perché l’insurrezione, scriveva, resta sempre «il più sacro dei doveri».

Il vagabondo delle stelle

A ben vedere, la vertigine aperta da Blanqui come un vagabondo delle stelle ante-litteram, apre una profonda faglia: la crisi dell’ordine oggettivo e del determinismo. Qui il pensiero di Giuseppe Rensi offre una chiave di lettura illuminante. Nella Filosofia dell’assurdo (1937), Rensi smaschera l’inconsistenza razionale del reale: ogni dottrina si autodistrugge, ogni verità ha il suo contrario. Il mondo è assurdo, e l’uomo — tragicamente solo — può solo attribuirgli senso. Come Blanqui, anche Rensi disinnesca l’idea di una verità storica o oggettiva. Ma mentre il primo cerca nella ripetizione cosmica un riscatto rivoluzionario, il secondo si abbandona alla consapevolezza dell’assurdo. In entrambi, però, resta centrale l’azione: necessaria, pur priva di garanzia. È in questo rocambolesco scenario che si inserisce la figura di Giovanni Gentile — pensatore dell’attualismo e, sorprendentemente, in sintonia con alcune intuizioni della fisica quantistica. Nell’attualismo, la realtà non è un oggetto dato, ma un atto in cui il pensiero si fa mondo. Non esiste oggetto senza soggetto, né ente fuori dall’atto che lo pone. Così come nella fisica quantistica l’osservatore co-determina il fenomeno, in Gentile l’Io attuale genera la realtà. L’universo non è una macchina esterna, ma un campo di possibilità che si attualizza solo nell’atto pensante.

L’insurrezione come fondazione

Blanqui, Rensi, Gentile: tre modi diversi di affrontare il collasso dell’ordine oggettivo figlio delle certezze secolarizzate del cristianesimo. Il primo attraverso la ripetizione cosmica, il secondo con il coraggio tragico dell’assurdo, il terzo con la potenza costruttiva dell’Io. In tutti e tre, la verità non è garantita, ma creata. E proprio per questo, il gesto, l’atto, l’insurrezione — diventano il centro di ogni possibile “rottura” con la realtà che ci circonda. L’insurrezione blanquista altro non è che lo Zeitumbruch Locchiano: la frattura del tempo storico lineare, la possibilità — o piuttosto la necessità — di un’inversione epocale. È il momento in cui si interrompe il corso impresso dalla modernità, dalla visione progressista e universalista del mondo, e si apre lo spazio per un nuovo inizio: non un semplice ritorno all’indietro, ma un ritorno fondante, che ristabilisce il tempo autentico e la vera libertà storica dell’uomo. Il Zeitumbruch non è un evento passivo ma un atto volontario, insurrezionale, che taglia la storia per rifondarla. È il momento in cui l’uomo europeo rifiuta la narrativa lineare del mondo, ne denuncia il carattere fittizio, e si assume il compito prometeico di ricominciare („War das das Leben? Wohlan! Noch Ein Mal!“, F. Nietzsche).

Un’eresia salutare

In tempi come i nostri, dove l’economia ha sostituito la politica e la narrazione dominante esclude l’eroismo, L’Éternité par les astres risuona come un’eresia salutare. È un libro che ci richiama alla responsabilità dell’agire anche nella sconfitta, anche nell’esilio e nella persecuzione politica. È un manifesto per l’uomo che rifiuta il compromesso con la realtà così com’è, e che non ha paura di riscriverla — ancora e ancora. Un pensiero che oggi può ispirare tanto l’azione metapolitica quanto la riflessione sulla condizione postmoderna: senza dogmi, senza illusioni di progresso, ma con la certezza che ogni gesto conta. Perché si ripete.

Blocco Studentesco