Appello per una generazione che vuole tornare soggetto politico

Roma, 14 mag – Ogni generazione incontra prima o poi una parola che la costringe a scegliere. Non una parola qualsiasi, non uno slogan di conforto o una carezza terapeutica. Una parola che separa, che obbliga a prendere posizione, che impedisce di restare nel limbo dell’opinione generica. Per la nostra generazione, quella parola è remigrazione. È una parola nuova solo in apparenza. Nuova perché è entrata da poco nel dibattito pubblico italiano, nuova perché i giornali la pronunciano ancora con il tono scandalizzato di chi vorrebbe ricacciarla subito nel silenzio, nuova perché il sistema politico non sa come maneggiarla senza deformarla. Ma è antica nel suo nucleo più profondo, perché chiama in causa qualcosa che precede ogni programma elettorale: il dovere di un popolo a continuare a esistere, a riconoscersi, a trasmettere una forma, una memoria, un destino.

Ciò che è stato voluto politicamente può essere politicamente rovesciato

La remigrazione non è soltanto una proposta sulla gestione dei flussi migratori. Sarebbe troppo poco leggerla così. Remigrazione è il nome di una frattura storica. Da una parte c’è chi considera le nazioni come spazi amministrativi, mercati del lavoro, contenitori intercambiabili di individui senza radici. Dall’altra c’è chi sa che una nazione non è una somma provvisoria di residenti, ma una comunità storica, un’eredità ricevuta e una responsabilità da consegnare. È qui che la parola remigrazione diventa decisiva: perché spezza l’incantesimo dell’irreversibilità e si apre alla possibilità rivoluzionaria. Dice che ciò che è stato voluto politicamente può essere politicamente rovesciato. Dice che i flussi non sono un destino naturale. Dice che la storia non è una corrente davanti alla quale bisogna soltanto galleggiare. Per anni ci hanno raccontato che la nostra generazione fosse già conquistata. La Generazione Z, secondo la caricatura ufficiale, dovrebbe essere fluida, progressista, sradicata, naturalmente ostile a ogni idea di confine, patria, appartenenza. Una generazione educata a considerare ogni limite come un sopruso, ogni identità come una colpa, ogni continuità come una minaccia. Eppure questa immagine non regge più. Sotto la superficie esiste un’altra gioventù. Una gioventù meno rappresentata, meno coccolata, meno utile al racconto dominante. Una gioventù che non si riconosce nell’idea di vivere in un mondo senza forma, in quartieri senza volto, in scuole senza appartenenza, in città dove tutto cambia tranne la possibilità concreta di costruirsi un futuro.

Dentro la remigrazione c’è una domanda politica giovanile

Il punto non è idealizzare i giovani. Sarebbe un errore. La gioventù non è automaticamente migliore, più pura o più coraggiosa. Spesso è fragile, confusa, dispersa, addomesticata. Ma proprio per questo il dato politico è interessante: quando una parte consistente dei giovani si muove attorno alla remigrazione, non sta compiendo un gesto nostalgico. Non sta rimpiangendo un passato che non ha vissuto. Sta esprimendo, magari in modo ancora incompleto, una domanda di ordine, di confine, di comunità. Sta dicendo che la promessa globalista non ha funzionato. Che la società aperta ha aperto soprattutto la strada alla precarietà, alla solitudine, alla concorrenza al ribasso, alla cancellazione di ogni appartenenza stabile. Qui la remigrazione diventa una parola generazionale. Non perché appartenga anagraficamente ai giovani, ma perché parla al punto esatto in cui la nostra generazione è stata tradita. Ci hanno detto che saremmo stati cittadini del mondo, e ci siamo ritrovati senza casa. Ci hanno detto che la diversità obbligatoria avrebbe prodotto ricchezza, e abbiamo visto crescere frammentazione, conflitto sociale, quartieri separati, scuole sempre più ingestibili, lavoro sempre più povero. Ci hanno detto che i confini erano superati, mentre i confini di classe diventavano sempre più rigidi. Ci hanno detto che l’identità era un residuo del passato, mentre ogni comunità non europea continuava giustamente a difendere la propria memoria, la propria religione, la propria continuità.

La Remigrazione è politica nel senso più radicale

Il problema, allora, non è soltanto migratorio. È politico nel senso più radicale del termine. Perché la politica nasce quando una comunità decide chi è, dove sta, cosa difende, quali limiti pone, quale futuro vuole. Una società che non sa più decidere è una società che si consegna ad altri: ai mercati, alle burocrazie, alle Ong, agli interessi produttivi, alle ideologie umanitarie trasformate in strumenti di governo. Per questo la remigrazione scandalizza più di qualunque altra parola. Non perché sia impronunciabile, ma perché reintroduce il concetto più espulso dal nostro tempo: la decisione. Decidere significa stabilire un confine. Significa distinguere tra ciò che appartiene a una comunità e ciò che la dissolve. Significa riconoscere che l’accoglienza indiscriminata non è neutralità, ma scelta politica. Significa affermare che anche il rifiuto di scegliere è una scelta, spesso la più comoda per chi trae vantaggio dal disordine. Il progressismo ha provato per decenni a presentarsi come superamento del conflitto: oltre la patria, oltre la famiglia, oltre il popolo, oltre l’identità. Ma dietro questa promessa pacificata si è costruito un nuovo ordine, durissimo e concreto, dove il capitale pretende lavoratori mobili, le città diventano piattaforme economiche e i popoli sono ridotti a materiale umano sostituibile.

Parlare di Remigrazione senza paura e senza superficialità

Ecco perché un’organizzazione giovanile deve parlare di remigrazione senza paura e senza superficialità. Non come provocazione, non come parola urlata per scandalizzare l’avversario, non come scorciatoia retorica. Deve parlarne come di una questione di responsabilità. La nostra generazione non può limitarsi a ereditare il disastro prodotto da chi ha confuso la politica con la gestione dell’esistente. Non può accontentarsi di denunciare il degrado, l’insicurezza, la crisi della scuola, la guerra tra poveri, il crollo demografico, senza avere il coraggio di risalire alla radice. Non può chiedere futuro e al tempo stesso accettare tutte le premesse che lo rendono impossibile. Assumere la remigrazione come parola politica significa allora compiere un salto di maturità. Significa uscire dalla lamentela. Significa smettere di vivere la propria identità come una reazione emotiva e iniziare a pensarla come un compito. Perché un popolo non si difende soltanto con le leggi, e nemmeno soltanto con le piazze. Si difende quando una generazione torna a percepirsi come anello di una catena. Quando capisce di non essere nata dal nulla e di non poter morire nel nulla. Quando comprende che la libertà non consiste nell’essere senza legami, ma nell’essere abbastanza forti da scegliere i legami a cui restare fedeli.

I popoli europei devono tornare a stare in piedi

La remigrazione, letta così, non è una parola di chiusura. È una parola di fondazione. Non riguarda soltanto chi deve tornare indietro, ma chi deve tornare a stare in piedi. Non riguarda soltanto il rapporto con lo straniero, ma il rapporto con noi stessi. Non riguarda soltanto la difesa dei confini esterni, ma la ricostruzione di un confine interiore: quello tra una gioventù che accetta di essere amministrata e una gioventù che pretende di tornare soggetto politico. Per questo il tema non può essere lasciato ai tecnici, ai parlamentari, ai commentatori televisivi o agli imprenditori della paura. Deve diventare terreno di formazione, studio, militanza, elaborazione culturale. Deve entrare nelle scuole, nelle università, nelle discussioni tra ragazzi, non come formula prefabbricata, ma come domanda radicale: vogliamo ancora essere un popolo? Vogliamo ancora avere una continuità? Vogliamo ancora abitare città riconoscibili, comunità reali, scuole capaci di trasmettere qualcosa, lavoro non fondato sul ricatto permanente della manodopera a basso costo? Chi risponde sì non può più rifugiarsi nell’ambiguità. La remigrazione è una parola difficile proprio perché chiede coerenza. Chiede di rompere con il sentimentalismo facile e con il cinismo economico. Chiede di affermare che la dignità dei popoli vale per tutti, anche per quelli europei. Chiede di dire che nessuna comunità è obbligata a dissolversi per dimostrare la propria bontà morale. Chiede, soprattutto, di rimettere la politica al suo posto: non amministrazione della resa, ma forma concreta della volontà collettiva.

La scomparsa non è un destino irreversibile

La nostra generazione è cresciuta in un tempo che le ha chiesto di adattarsi a tutto: alla precarietà, all’insicurezza, allo sradicamento, alla sostituzione dei legami con le connessioni, della comunità con il consumo, della patria con il mercato. La remigrazione dice l’opposto. Dice che non tutto va accettato. Che non tutto va gestito. Che non tutto è inevitabile. E in un’epoca costruita sulla rassegnazione, questa è già una dichiarazione di guerra politica. Non basta pronunciare una parola per essere all’altezza del suo significato. La remigrazione dovrà essere studiata, precisata, tradotta in legge, difesa culturalmente, sottratta alle caricature e alle semplificazioni. Ma il primo passo è già avvenuto: una parola interdetta è diventata dicibile. Una parola dicibile sta diventando pensabile. Una parola pensabile può diventare programma. A noi spetta il resto, senza paura.

Blocco Studentesco