Da anni, la scuola ha deciso di sostituire la formazione con la rieducazione, e per capirlo basta assistere al dibattito pubblico: un confronto che non è occupato dagli interventi strutturali necessari a rimettere la scuola italiana sui binari della qualità e della giustizia sociale, ma da programmi pseudo-scientifici sul “rispetto, l’empatia e l’affettività”. Ma una scuola che sposa il pensiero debole rinuncia a trasmettere gerarchie, non costruisce carattere, non prepara al conflitto.
La scuola del pensiero debole
In questo vuoto cresce una generazione fragile, poco consapevole del proprio corpo e della propria forza. Ma come il pacifismo non produce la pace, la debolezza non elimina la violenza: la rende solo più disordinata e imprevedibile. E quando questa torna alla ribalta della cronaca nazionale, si risponde con altra pedagogia morale, chiudendo quel circuito che riproduce lo stesso tipo umano: debole, sradicato, precario, fuori dalla storia. Dobbiamo rompere questo schema, partendo dal basso. Rimettiamo al centro ciò che è stato espulso dalla cultura scolastica e accademica: la formazione come allenamento. Lo sport non può più essere considerato un’attività accessoria a materie più colte e importanti, ma uno spazio politico che produce cultura, linguaggio, carattere e identità meglio di qualsiasi programma ministeriale.
Ripartire dal corpo
Una scuola che non forma individui capaci di confrontarsi con il mondo reale è una scuola che non serve a niente. Ripartire dal corpo significa aprire la nostra conflittualità sul terreno giusto: quello della forza, della consapevolezza, della libertà concreta. Ripartire dal corpo è il dovere di ogni giovane europeo che si chiede come lottare contro un sistema capitale-lavoro-consumo che vuole addomesticare le nostre vite.











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