Roma, 22 lug – Carl Schmitt ricordava che gli avvenimenti non si ripetono mai in modo identico: ciò che ritorna è la struttura della sfida e della risposta. Per comprendere un’epoca bisogna dunque individuare la sua domanda decisiva, non forzare il presente dentro categorie ereditate dal passato. Nell’Europa contemporanea una di queste domande riguarda la trasformazione demografica delle città e il rapporto tra popolazioni autoctone, immigrazione di massa e potere politico. La risposta progressista è stata stipulare un nuovo “compromesso storico”. Non più come quello tra comunisti e cattolici immaginato negli anni ’70 durante la stagione della “solidarietà nazionale”, ma quello tra il terzomondo e l’antifascismo: da una parte le minoranze immigrate rappresentate come soggetto naturalmente oppresso; dall’altra l’apparato militante, culturale e istituzionale della sinistra, che offre loro un linguaggio politico, una rete organizzativa e un nemico.

Il nuovo compromesso storico

Il collante è elementare e potente, non bisogna sottovalutarlo, e parte dall’individuazione di un nemico comune: lo Stato, la polizia, l’Occidente o qualsiasi forza politica e sociale che possa essere etichettata come “fascismo”. Ogni episodio può essere inserito nella stessa narrazione, indipendentemente dai fatti e dalle sue circostanze concrete. Una morte durante un arresto, uno sgombero, un controllo di polizia o una rivolta urbana diventano immediatamente capitoli della medesima lotta. È una costruzione efficace perché non richiede una vera comunione di interessi. Basta l’avversario comune. Il militante antifascista può interpretare la rivolta delle periferie come sollevazione degli oppressi; il giovane della periferia può servirsi della mobilitazione politica come strumento di pressione contro le istituzioni, o magari soltanto come sfogo edonistico. Entrambi marciano nella stessa direzione, ma non necessariamente verso la stessa destinazione. Inutile dire che questo compromesso non poggia su una vera unità politica: è un’alleanza tattica, destinata a reggere finché esisterà un avversario, reale o immaginario, contro cui mobilitarsi. Ma alle lunghe, l’ideologia dovrà fare i conti con la demografia e la sua capacità di trasformare i rapporti di forza.

L’eterna lotta di classe

È così che di fronte alle immagini di Bologna, non possiamo limitarci a constatare il disordine della nostra società, ma capire cosa c’è dietro. Per farlo, dobbiamo rovesciare una convinzione diffusa: il marxismo non è morto con il fallimento dei regimi comunisti, ma sopravvive nella forma mentis e nello spirito del nostro tempo. Restano intatti i suoi mitemi, assorbiti integralmente dal sistema capitalista-consumista: l’abbattimento delle identità forti, la dissoluzione dei legami organici, l’ostilità verso autorità, famiglia, patria e tradizione. L’errore più grande, quindi, sarebbe considerare questa società una deviazione dall’utopia originaria, anziché il risultato di precise scelte politiche, culturali, economiche e antropologiche. Un’etica che non si limiti a valutare le intenzioni, ma guardi soprattutto agli effetti, impone una conclusione radicale: se questo mondo è stato prodotto, allora è stato anche voluto. Per questo, limitarsi all’indignazione significa fermarsi alla superficie. La vera questione è riconoscere che dietro quel caos esiste un ordine preciso, costruito nel tempo e difeso come inevitabile. Rompere questo ordine significa tornare a incarnare identità radicali e irriducibili: la comunità come destino.

Blocco Studentesco