L’imputabilità dei minori è un’altra arma contro il dissenso

La nuova norma sull’imputabilità dei minorenni viene presentata come una risposta a fenomeni reali: maranza, baby gang, rapine, aggressioni, violenza urbana. Ma il problema non è soltanto ciò che una legge promette di colpire. Il problema è quali strumenti consegna allo Stato e, soprattutto, chi finirà davvero per usarli. Insomma, non dobbiamo valutare gli intenti, ma prevedere gli effetti. La destra continua a commettere lo stesso errore e noi continueremo a ripeterlo ad ogni nuova stretta securitaria: immagina uno Stato neutrale, pronto ad applicare con equilibrio le norme approvate dal Governo. Ma lo Stato, come sa chiunque abbia mai fatto politica attiva, non è neutrale. Non lo sono le procure, le prefetture, gli apparati investigativi e soprattutto i circuiti mediatici che stabiliscono di volta in volta quale fenomeno costituisca un’emergenza e quale invece possa essere tollerato, giustificato o ignorato.

Dalle baby gang all’aggregazione giovanile

Si parte dalle baby gang e si finisce per aumentare la pressione su ogni forma di aggregazione giovanile considerata “pericolosa”. E sappiamo bene quanto in Italia e in Europa sia elastica questa definizione. Basta essere iscritti a un gruppo Telegram, condividere immagini provocatorie, utilizzare un linguaggio non conforme o frequentare ambienti etichettati come “fascisti”, “xenofobi” o “neonazisti” perché un adolescente venga trasformato in un caso giudiziario, scolastico e mediatico. Non serve aver commesso un reato: basta essere stati segnalati. Gli strascichi giudiziari delle commemorazioni di Acca Larenzia mostrano perfettamente il meccanismo. Un gesto politico e rituale viene separato dal proprio contesto, trasformato in elemento di pericolosità e utilizzato persino per negare autorizzazioni amministrative, come nel caso del patentino da buttafuori respinto a un nostro militante di Piacenza. Non si giudica un comportamento ma si colpisce un’identità politica in quanto tale.

Lo Stato, la sicurezza e l’illusione dell'”ordine”

La presunzione di imputabilità rischia quindi di aggiungere un altro tassello alla repressione preventiva. Nata per rassicurare l’opinione pubblica contro la criminalità giovanile, potrà diventare uno strumento nelle mani di chi da anni interpreta il dissenso identitario come una minaccia da sorvegliare prima ancora che come una posizione politica da contrastare. Ci avviciniamo a un autunno di mobilitazioni e a una nuova stagione elettorale. In questo clima, consegnare maggiore discrezionalità agli apparati significa offrire nuove possibilità di indagine, schedatura e intimidazione contro i giovani non allineati. La sicurezza è un tema che merita di essere trattato, ma rafforzare uno Stato che reprime in maniera selettiva non significa ristabilire l’ordine: significa armare chi, domani, userà quelle norme contro di noi.

Blocco Studentesco