Di Sergio
Dopo oltre quindici anni qualcuno vorrebbe far tornare il nome “Ginnasio” per indicare il primo biennio del Liceo Classico. La proposta di legge presentata dal deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese è stata salutata come il ritorno alla grande tradizione umanistica della scuola italiana. Sul versante opposto, invece, è partito il solito segmento sulla “scuola reazionaria”. Noi preferiamo partire dalla realtà.
Ginnasio: come nel 2009 cambia il nome ma non la sostanza
Il punto – come può intuire chiunque abbia una minima comprensione della cosa “scuola italiana” – non è il nome, ma la struttura. E quella struttura non cambia di una virgola, così come non era cambiata di una virgola quando nel 2009 la riforma del licei voluta da Mariastella Gelmini sotto il governo di Silvio Berlusconi, modificò la dicitura ufficiale del primo biennio liceale. Il ritorno del termine “ginnasio” richiama una tradizione precisa: quella della formazione classica, in cui la crescita dell’individuo era concepita come unità tra mente e corpo. Non è solo una questione di latino e greco. Era e resta un’idea di educazione totale: disciplina intellettuale, formazione morale, allenamento fisico. Una scuola che dovrebbe formare carattere prima ancora che competenze.
Ma basta guardare alla realtà della scuola italiana di oggi per capire quanto siamo distanti da quel modello. Infatti, nel sistema scolastico italiano l’educazione fisica continua ad essere una materia marginale. Nella scuola media e nei licei – compreso lo stesso liceo classico – le ore di scienze motorie sono due a settimana su un totale che oscilla tra 27 e 30 ore di lezione. In termini reali significa che meno del 7% del tempo scolastico è dedicato alla formazione fisica. In molti paesi europei la quota è più alta e spesso raggiunge 3 o 4 ore settimanali. Il problema emerge ancora prima. Nella scuola primaria l’educazione motoria per decenni non è stata nemmeno affidata a docenti specializzati: veniva insegnata dal maestro generalista, spesso senza formazione specifica. Solo negli ultimi anni è stato introdotto il docente specialista – e comunque solo nelle quarte e quinte elementari, con appena due ore settimanali. Significa che per gran parte del percorso scolastico italiano il movimento resta una presenza marginale o tardiva.
La realtà scolastica italiana oltre la retorica
A questa marginalità didattica si aggiunge una questione materiale. Una parte significativa degli edifici scolastici italiani non dispone di una palestra interna o è costretta a utilizzare strutture esterne condivise. Il risultato è che in molti istituti le ore di educazione fisica vengono ridotte o trasformate in attività teoriche. In questo quadro il ritorno del nome “ginnasio” assume inevitabilmente un aspetto caricaturale. Richiama un modello educativo che nella pratica non esiste più. E non è la prima volta che accade. Lo stesso vale per la recente proposta del latino facoltativo alle medie, sostenuta dal ministro Giuseppe Valditara. Anche lì abbiamo assistito allo stesso copione: da una parte chi gridava alla restaurazione della scuola tradizionale, dall’altra chi evocava fantasmi autoritari. Ma il latino opzionale alle medie significa un’ora settimanale aggiuntiva, attivabile solo se la scuola dispone dei docenti necessari e solo per gli studenti che scelgono di frequentarlo. Anche in questo caso l’impatto sul sistema scolastico è minimo: non cambia il curriculum, non modifica la struttura didattica, non risolve le debolezze di fondo della scuola italiana.
Il problema reale, che denunciamo da anni senza tregua, è che la scuola pubblica continua ad essere schiacciata dentro una logica aziendalista e impoverita: programmi sempre più deboli, strutture fatiscenti, tagli alle risorse, alternanza scuola-lavoro trasformata in manodopera gratuita e una didattica che oscilla tra tecnicismo aziendalista e uno sterile nostalgismo culturale. Nel mezzo resta la grande assente: una formazione integrale che metta davvero al centro il corpo. Il richiamo al “ginnasio” evoca una civiltà educativa che aveva un’altra idea dell’uomo. Nella Grecia antica il ginnasio era il luogo dove si formavano insieme corpo, spirito e comunità. La disciplina fisica non era un passatempo: era parte essenziale della formazione dell’uomo libero. Allenamento, agonismo, sacrificio, competizione erano strumenti pedagogici. La civiltà europea non è nata nelle biblioteche. È nata sui campi di battaglia, nei giochi atletici, nei viaggi e nelle grandi imprese raccontate dalle Argonautiche, dall’Odissea e dall’Eneide. Non da una cultura che separa la testa dal corpo, ma da una formazione che tiene insieme pensiero e azione.
Il fattore antropologico in mutazione
Su questo aspetto non possiamo non sottolineare un ulteriore livello che nessuno sembra voler affrontare. Se la scuola dovrebbe essere il luogo dove si trasmette una civiltà, cosa accade quando il fattore antropologico che la compone cambia rapidamente? Gli ultimi dati del MIUR mostrano una trasformazione silenziosa ma profonda. Nell’anno scolastico 2024/2025 gli alunni con cittadinanza non italiana hanno raggiunto quota 911.578, pari a circa il 12% della popolazione scolastica complessiva. Solo cinque anni prima erano poco più di 827.000. Un aumento netto di oltre 84 mila studenti. Nello stesso periodo il numero degli studenti italiani è diminuito drasticamente. Complice il crollo delle nascite, gli alunni nati da genitori italiani sono scesi a 6.788.990, con una riduzione di oltre 612 mila unità in cinque anni, pari a –8,3%. Il dato diventa ancora più significativo se si guarda alla provenienza. Oggi oltre l’80% degli studenti non italiani proviene da Paesi extra-europei, in particolare africani e asiatici. Nelle regioni del Nord la presenza supera il 17% della popolazione scolastica, mentre al Centro si attesta intorno al 13%. Nel Sud resta più bassa, circa il 4,6%, ma anch’essa in crescita.
Va poi considerato un altro elemento: una quota crescente di questi studenti è nata in Italia. Già nel 2022/2023 gli alunni con cittadinanza non italiana ma nati nel nostro Paese rappresentavano il 65,4% del totale. In altre parole, due su tre. Questo dato riapre il dibattito sul cosiddetto ius scholae, cioè la possibilità di ottenere la cittadinanza dopo un percorso scolastico prolungato. Ma lo ius scholae, come abbiamo già spiegato, si inserisce perfettamente nella logica di un sistema che non ha alcun interesse nella formazione di cittadini consapevoli, ma che necessita invece di manodopera flessibile, sradicata e ricattabile. L’obiettivo non è la “giustizia sociale”, ma garantire al sistema produttivo un ricambio costante di lavoratori pronti a occupare settori a bassa tutela e basso salario. L’istituzione scolastica si piegherebbe così agli interessi del capitale, e l’inserimento “formale” dei giovani immigrati serve solo a dare una legittimità apparente a questo modello economico classista e anti-nazionale.
Ginnasio o no, la scuola va rivoluzionata
Ma oltre alla polemica sullo ius scholae, che per adesso sembra essere stato accantonato dalla maggioranza, resta una questione più profonda. Se la scuola è il luogo dove si trasmettono lingua, cultura, simboli e identità collettiva, la trasformazione demografica della popolazione scolastica non è un dettaglio statistico. Perché l’identità è un processo vivo che si trasmette attraverso lingua, educazione, comunità e visione del mondo. Se questi elementi si indeboliscono – se cioè la scuola perde la capacità di trasmettere una cultura forte, una disciplina del corpo, un senso di appartenenza – allora il problema si fa molto più grande di una disputa nominale.
Per questo continuiamo a non accontentarci delle operazioni cosmetiche. Se davvero si vuole parlare di tradizione, civiltà ed eccellenza, allora bisogna avere il coraggio di affrontare la realtà: rigenerare la scuola significa affermare la comunità singolare che la abita, la personalità del nostro genos, trasmettere la cultura della formazione integrale. Senza una scuola capace di unire identità, disciplina e giustizia sociale, ogni richiamo ad una classicità ottocentesca sarà solo propaganda buona a scatenare le ire di chi odia ogni parola che collide con il suo dizionario egualitarista. A noi non può interessare il restauro di parole antiche. A noi deve interessare l’attivazione di energie nuove, vitalistiche, veracemente europee.
Blocco Studentesco




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