di Michele

Per quanto paradossale che sia il libro del momento esce dritto dritto dal secolo scorso. È Guerra di Louis-Ferdinand Céline, primo dei suoi manoscritti inediti a venire tradotto e pubblicato anche in Italia. La storia è nota, siamo sul finire della Seconda guerra mondiale e per lo scrittore francese non tira una bella aria. Su di lui pesano le sue simpatie naziste, a tal punto che sarà costretto ad abbandonare la Francia. Nel 1944 alcuni membri della Resistenza francese mettono a soqquadro il suo appartamento in Rue Girardon a Montmartre e nel saccheggio scompaiono alcuni suoi manoscritti. Céline se ne lamenterà tutta la vita. La vicenda sembra impossibile a risolversi e c’è chi mette in dubbio perfino l’esistenza stessa degli scritti perduti. Poi il colpo di teatro. È il 2022 e il giornalista  Thibaudat rivela al mondo i manoscritti. A consegnarglieli era stato anni fa un vecchio lettore di Libération – il giornale per cui lavorava Thibaudat, che però aveva posto una condizione: non pubblicarli fino alla morte della vedova di Céline, Luccette. Il motivo lo spiega lo stesso Thibaudat: “Essendo di sinistra, non intendeva arricchire la vedova dello scrittore”. Insomma, a privarci per così lungo tempo delle pagine di uno dei maggiori romanzieri del secolo scorso è stata una ripicca antifascista.

Guerra ci riporta al novecento anche per un altro motivo. Il punto di partenza del libro è la Prima guerra mondiale, l’evento cardine di quello che non a caso Dominique Venner definisce “il secolo del 1914”. Lo spunto è autobiografico e le vicende del romanzo si sovrappongono a quelle del ferimento dello stesso Céline, cosa che gli frutterà una medaglia al valore e l’essere riformato dall’esercito per i danni subiti. Ma sarebbe equivoco vedere in Guerra solamente un romanzo bellico, anzi quasi non c’è traccia dei combattimenti e la materia militare sembra rimanere sullo sfondo. La guerra perde via via importanza con l’incedere delle pagine, per lasciare spazio a un senso di surreale e di grottesco, che però è quell’assurdo di cui è impastata la vita stessa.

Se pure scrive che la guerra gli è finita dentro, con la stessa violenza dell’esplosione che l’ha scagliato contro un albero e spaccato il cranio: “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Quasi che il frastuono e le emicranie a cui lo costringono quel colpo siano la voce e il segno tangibile di quel conflitto. In fin dei conti per Céline la guerra non vale in sé stessa, è solo un’altra tappa di quella specie di buffonata e di farsa che è l’esistenza, di quel tentativo collettivo di ignorare e nascondere lo schifo intorno e dentro di noi. La guerra è una falsificazione borghese, una roba da benpensanti. Quelli che parlano di guerra non l’hanno vissuta, sono come le lettere ben misurate e pompose del padre di Ferdinand o l’ipocrisia della madre: “Non concepivano quel mondo di atrocità, una tortura senza fine. E quindi lo negavano. Anche solo ipotizzarlo come un fatto possibile gli faceva più orrore di tutto. E tanto più attaccavano convulsamente gli antipasti, si congestionavano a vicenda per incoraggiarsi che non c’era niente da fare contro le atrocità tedesche”. 

Di fronte all’esperienza limite della guerra stessa si accorge di potersi liberare da una buona dose di imposture e falsità: “All’umanità non dovevo più niente, almeno quella che uno si crede quando ha vent’anni e scrupoli grossi come bacherozzi che si aggirano tra tutte le menti e le cose”. L’umanità già di per sé un’astrazione, se è vero come scriveva Elémire Zolla “volersi umani è confessare di non esserlo”. Oppure per dirla con il Céline di Mea culpa, uno dei famigerati pamphlet del primo dopoguerra: “L’Uomo è umano pressappoco quanto la gallina vola. Lei, se si prende un colpo duro nel didietro, se un’auto la fa piroettare, va su fino al tetto, è vero, ma ripiomba subito nella melma, a ribeccare lo sterco. Per noi, nella società, è esattamente lo stesso. Non si smette d’essere totalmente letame che sotto il colpo d’una catastrofe. Quando tutto più o meno s’aggiusta, la natura si rimette al galoppo”. Nell’avventura di Céline attraverso la guerra quello che conta è disfarsi delle incrostazioni, scendere più a fondo, buttarsi nell’abisso, per trovare quel minimo di verità che è inseparabile dalla feccia, che è sangue, fango, merda e budella.