Di Chiara
Ciò che è avvenuto in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio non è un fulmine a ciel sereno. È l’atto finale di un processo lungo, prevedibile, già scritto. Chi oggi si scandalizza o si entusiasma, lo fa perché continua a leggere la politica internazionale come una successione di buoni e cattivi, non come uno scontro permanente di interessi e di potenza.
Il Mar dei Caraibi era da tempo tornato uno spazio sensibile. Pressioni diplomatiche, isolamento economico, fratture interne al regime, collasso sociale: il Venezuela non è “caduto”, si è sgretolato. In questo quadro, l’intervento statunitense non va interpretato come gesto caritatevole né come atto di follia imperiale, ma come un’azione coerente con la logica di una potenza che agisce dove può e quando conviene. Trump non ha “liberato” nessuno. Ha semplicemente fatto ciò che le grandi potenze fanno da sempre: ha occupato uno spazio lasciato vuoto.
Il mito anti-imperialista e la realtà del regime
Ridurre il Venezuela a una bandiera dell’anti-imperialismo è una mistificazione utile solo a chi ha bisogno di slogan. Il regime di Maduro non rappresentava una sovranità, ma il suo simulacro. E la conferma è proprio in quel popolo che dovrebbe essere protagonista del mito ideologico comunista. I venezuelani oggi come gli europei dell’est nel 1989 e nel 1991 hanno accompagnato la fine del “sol dell’avvenire” in silenzio, senza mobilitazioni e senza slanci di fede. Alla fine il “comunismo” lo difendono sempre da fuori – i nostri marxisti da campus, i nostri antiamericani “frolli di civiltà” – mai da dentro. Il Venezuela non è uno Stato forte sotto assedio, bensì un sistema sopravvissuto grazie a rendite residuali, traffici opachi, controllo poliziesco e retorica ideologica.
La continuità con Chávez è stata più simbolica che reale. Al posto di un progetto politico – discutibile, ma pur sempre un progetto politico – é rimasta una gestione terminale del potere, incapace di garantire condizioni minime di vita a una popolazione sempre più impoverita e sfinita. Milioni di venezuelani hanno abbandonato il Paese, altri hanno semplicemente smesso di difenderlo. Ed è qui che va letta la reazione popolare di queste ore. I venezuelani festeggiano, ma non perché “gli americani li hanno liberati”. Festeggiano perché un ordine interno percepito come soffocante e non più figlio della sovranità popolare è finito. Non c’è adesione a Washington, c’è il rifiuto di Maduro. È una differenza enorme, ma sostanziale, che spesso non viene colta.
Forza, diritto internazionale e ipocrisie selettive
Di fronte a questi eventi, torna puntuale l’invocazione del diritto internazionale. Un riflesso automatico, quasi religioso o meglio dogmatico. Ma il diritto internazionale non è mai stato un argine alla forza: è sempre stato la sua codificazione provvisoria. Vale finché qualcuno è disposto a difenderlo con mezzi concreti. Quando quei mezzi mancano, evapora. Gli Stati Uniti non sono un’eccezione. Agiscono come tutte le potenze hanno sempre fatto. Chi si indigna selettivamente, dimenticando Iraq, Afghanistan, Libia o Siria, ma scoprendo oggi l’imperialismo perché il presidente si chiama Trump, dimostra solo una cosa: non capire la natura del mondo in cui vive.
Venezuela e Ucraina: due risposte opposte
È a questo punto che il parallelismo con l’Ucraina diventa inevitabile. Anche lì una grande potenza ha deciso di agire. Anche lì il diritto internazionale è stato travolto. Anche lì il Paese coinvolto è diventato teatro di uno scontro che lo supera. Ma c’è una differenza sostanziale: l’Ucraina ha reagito come comunità nazionale. Ha combattuto, ha pagato e paga un prezzo enorme, ma ha dimostrato di esistere come soggetto politico; gli ucraini hanno dimostrato di essere tali. Il Venezuela no. Il regime si è consegnato, e nessuna mobilitazione popolare, nessuna resistenza ha tentato di difenderlo. Non perché gli USA non venissero percepiti come nemico, ma perché mancava uno Stato sovrano percepito dal popolo come tale. Questo non rende l’intervento statunitense giusto. Ma rende definitivamente falsa la narrazione del Venezuela come “baluardo di resistenza”. A niente servono gli slogan se poi a questi non segue l’azione.
C’è chi, di fronte a ogni iniziativa americana, invoca il multipolarismo come se fosse una promessa di liberazione. Russia, Cina, BRICS: nessuna di queste potenze agisce per costruire un ordine più giusto. Agiscono per interesse. Il Venezuela non è stato “tradito” da Mosca o da Pechino. È stato semplicemente sacrificato. Quando un Paese smette di essere utile, smette di essere tutelato: come accaduto per l’Armenia, l’Iran e la Sirya, la Russia ha smesso di fare da contrappeso. È stato così per Damasco, ora per Caracas si replica lo stesso schema. La Cina non venderà il debito americano e la Russia incasserà tranquillamente i dividendi del petrolio nel più classico esercizio di libero mercato.
Sovranità, potenza e destino
Se c’è una lezione da assorbire da questo ennesimo “colpo di mano” è la seguente: chi non è sovrano nel senso pieno del termine, chi non possiede i mezzi e le leve della potenza, non sceglie il proprio destino. Lo subisce. Nonostante la retorica di destra, oggi i venezuelani non respirano grazie agli Stati Uniti, ma nonostante gli Stati Uniti. Perché il loro problema era prima politico, poi economico e sociale. La retorica di sinistra invece preferisce rispolverare l’anti-americanismo terzomondista: ma il popolo venezuelano è stato il primo a non contare in questo passaggio di potere. E la “resistenza” armata, sponsorizzata dai fucili russi consegnati al popolo, si è rivelata una promessa di cartone. E l’immagine di Maduro catturato con una tuta Nike ricorda lo spot di Mikhail Gorbaciov per Pizza Hut, girato sulla Piazza Rossa nel 1997.
Ribadire oggi né Washington né Mosca non vuol dire rifugiarsi in un sogno utopistico ma sforzarsi di leggere il mondo senza illusioni di salvatori, popoli eletti o eserciti liberatori. La vera alternativa passa sempre da una presa di coscienza semplice e radicale: i popoli europei hanno il dovere di costruire una casa inattaccabile, nonostante classi dirigenti senza spina dorsale. La generazione Z dovrà aumentare la sua pressione su sistemi politici vecchi che non sono più in grado di capire il mondo. La Groenlandia potrebbe essere la prossima a cadere.
Blocco Studentesco




Commenti recenti