Di Sergio

In Italia l’equazione “ICE = squadrismo” è un interruttore che serve a chiudere la discussione prima che inizi, e a trasformare una questione di scelte pubbliche – diritto, procedure, priorità, strumenti – in una liturgia morale dove basta pronunciare una parola (“Fascismo”) per attribuire colpa, squalificare l’interlocutore e sottrarsi al merito. È un meccanismo tipico dei dibattiti degradati. Il risultato è che la politica migratoria diventa terreno di isteria simbolica, non di responsabilità. E quando la politica abdica alla responsabilità, resta solo una persistente e mediocre propaganda.

ICE e Fascismo, un abuso concettuale

Partiamo dai fatti, perché il punto non è “difendere l’ICE”, ma smontare un abuso concettuale. L’ICE non nasce come banda armata né come milizia di partito: è un’agenzia federale inserita nel Department of Homeland Security e viene formalmente istituita il 1° marzo 2003, nel riassetto post-11 settembre. Che piaccia o no, opera dentro un perimetro amministrativo e giudiziario fatto di ordini, ricorsi, detenzione, rimpatri, voli, accordi, priorità definite da linee guida. Si può contestare tutto: l’impianto, le prassi, gli abusi, l’efficacia, la selettività. Ma chiamarlo “squadrismo” non è una critica: è un trucco di magia. E il trucco si vede bene se si guarda a ieri, non a oggi. Durante la presidenza Obama la macchina dei rimpatri e delle espulsioni ha funzionato a ritmi elevatissimi, con uno spostamento verso le “formal removals” e un volume complessivo (removals+returns) che, solo tra primo e secondo mandato, è dell’ordine di milioni di persone. In altre parole: non stiamo parlando di una nuovissima eccezione “autoritaria” partorita dalla mente di Trump, ma di una continuità di apparati e di politiche con differenze di priorità più che di natura. Perchè Obama non veniva definito “fascista” dall’intellettuale, politico o rockstar di turno?

Confondere le parole per confondere le idee

Il punto decisivo, però, è soprattutto qualitativo: lo squadrismo non era una “polizia dei rimpatri”, e non era nemmeno una “forza pubblica” senza opposizione. Lo squadrismo, per definizione, è un fenomeno para-militare di parte, che agisce in un contesto di conflitto politico interno e di collasso della mediazione istituzionale, con pure e semplici logiche di controllo del territorio. Insomma, siamo su un altro piano: non quello dell’amministrazione, ma quello della guerra civile. Perchè se si volesse discutere seriamente di storia, basterebbe partire una cosa semplice che oggi viene rimossa: le camicie nere non erano “sbirri”. Non erano un corpo organico dello Stato che applica norme; erano un movimento politico armato e organizzato che ha esercitato la violenza come strumento di conquista dell’egemonia e, alla fine, del potere. Mescolare questo tipo di azione – perfettamente conforme a ogni tradizione rivoluzionaria del ‘900 – con quella di un’agenzia federale, significa solo confondere le parole per confondere le idee.

Lo squadrismo nel suo contesto reale

Un verità che la storiografia antifascista tende a rimuovere è che quel ciclo di violenza non fu un monologo. Fu un conflitto diffuso, spesso bidirezionale, in un Paese che usciva da una guerra totale e che entrava in una crisi sociale e politica profonda. Un periodo “aperto” all’imprevedibilità della storia, in cui il bolscevismo avrebbe potuto affermarsi in tutta Europa nella stessa misura in cui avrebbe potuto fallire. Questo ci serve a capire perché l’analogia con l’ICE è ridicola. I dati disponibili indicano che tra il 1919 e il 1922 furono uccisi circa 463 militanti fascisti in scontri politici, agguati e violenze di piazza, con una concentrazione particolarmente elevata nel 1921, anno in cui si registrano oltre duecento caduti fascisti. Queste collocano lo squadrismo nel suo contesto reale: una fase di guerra civile in cui nessuna forza deteneva il monopolio esclusivo della violenza e lo Stato liberale non era più in grado di garantire l’ordine. Capiamo bene che la violenza squadrista non era una repressione calata dall’alto, ma parte integrante di un conflitto politico aperto, radicale e dal risultato tutt’altro che certo. È proprio questa dimensione — il collasso dell’ordine liberale, la violenza reciproca, la ricerca di soluzioni extra-parlamentari — che rende improponibile e intellettualmente disonesta qualsiasi assimilazione tra lo squadrismo e un apparato amministrativo statale come l’ICE, che opera invece all’interno di uno Stato pienamente funzionante.

Chi erano davvero gli squadristi

La tradizione marxista si è sempre profusa per inquadrare lo squadrismo come “guardia bianca del capitale”: una lettura parziale e semplicistica che però ha avuto un notevole successo a partire da György Lukács e il suo “La distruzione della ragione“. Se nel biennio 1921-22 una convergenza con interessi agrari e industriali ci fu, e sarebbe infantile negarlo (il Fascismo non ha mai voluto abolire la proprietà privata), sarebbe altrettanto infantile fermarsi lì. Adottare la postura marxista significa ignorare che quel mondo non si percepiva come semplice braccio armato padronale, bensì come terzo blocco sociale e politico, radicato in reduci, studenti, piccola e media borghesia spinta fuori dalla rappresentanza, in urto tanto con l’internazionalismo socialista quanto con il liberalismo percepito come corrotto e impotente. Questo dato – psicologico e simbolico – è ciò che la lettura economicista fatica a maneggiare: passioni, identità, trauma della guerra, aspirazione a un ordine nuovo, culto della disciplina, immaginario comunitario. Rimuovere dal Fascismo la sua sfera emotiva, irrazionalista, mitologica vuol dire privarsi della possibilità di capirlo davvero. Il “capitalismo che si difende” è una chiave di lettura che fallisce nel momento in cui pretende di esaurire l’intero fenomeno dentro una spiegazione materialista, incapace di fare i conti con la dimensione epocale che segnò l’irruzione del Fascismo nella storia Europea.

Una truffa ideologica

Chi dice “ICE = squadrismo” vuole controllare il discorso per impedire due domande, le uniche che contano. Prima domanda: quali sono – secondo loro – gli strumenti giuridici e operativi legittimi per i rimpatri e i controlli? Seconda domanda: quali interessi, quali incentivi e quali responsabilità politiche hanno prodotto l’attuale disordine demografico? L’etichetta “fascismo” evita entrambe, perché trasforma la discussione in processo alle intenzioni. E così chi la usa può restare nella sua comfort-zone: indignarsi senza proporre, moralizzare senza misurare, evocare fantasmi senza costruire soluzioni. Smontare questa equazione significa rifiutare una truffa ideologica mascherata da analisi “colta” e intellettuale.

Blocco Studentesco