Come ogni anno il Blocco Studentesco scende in campo per il 10 febbraio, ma il 2026 segna un passaggio ulteriore: non solo ricordare, ma rimettere al centro ciò che è stato tolto, ciò che è stato reciso con la forza, ciò che una certa cultura continua a voler dissolvere nella nebbia delle “complessità”. Negli ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva normalizzazione del Giorno del Ricordo: cerimonie istituzionali, corone, discorsi. Ma, parallelamente, si è intensificato il lavoro di storici militanti, accademici ideologizzati e opinionisti di area antifascista che tentano di spostare il quadro: non più un dramma nazionale, ma un episodio “di confine”, “contestualizzato”, “reciproco”. Il discorso ricorrente è sempre lo stesso: quelle terre non sono mai state italiane.
10 febbraio: una battaglia culturale
È qui che si gioca la battaglia culturale che una gioventù attiva e conflittuale deve combattere. Perché negare la continuità storica dell’elemento italiano in Istria e Dalmazia significa rendere più facile negare tutto il resto: le Foibe, l’esodo, la pulizia etnica, la persecuzione di chi aveva una sola colpa — essere italiano in territori che per secoli avevano guardato a Roma e a Venezia prima che alla Jugoslavia di Tito. Dall’eredità romana (“Haec est Italia Diis sacra” è un’iscrizione latina rinvenuta a Fiume) alle città sorte e sviluppate sotto Venezia, dalla cultura urbana adriatica alla presenza linguistica, amministrativa e civile italiana fino al Novecento, quella continuità non è un’invenzione romantica, ma un dato storico che viene oggi relativizzato perché scomodo. Se permettiamo che quelle terre vengano descritte come “mai state italiane”, allora gli infoibati diventano un dettaglio, gli esuli un effetto collaterale, la perdita territoriale una semplice ridefinizione di confini.
Una frattura geopolitica e storica
Noi rifiutiamo questa lettura decostruzionista. Le Foibe e l’esodo non sono solo una tragedia umana, ma anche una frattura geopolitica e storica che ha interrotto artificialmente una presenza plurisecolare e cancellato un’identità millenaria. Ricordare significa allora difendere la verità storica contro chi la piega a esigenza politica, contro chi trasforma le vittime in note a piè di pagina e contro chi, ancora oggi, nelle scuole e nelle università, prova a raccontare una memoria a metà, spesso con la sponda di sigle come l’ANPI. La nostra è, e sarà sempre, una memoria attiva e militante: conferenze, presidi, materiali informativi, presenza negli istituti. Bisogna rompere il muro di riduzionismo e negazione che continua a circondare il confine orientale. Perché un popolo che accetta che la propria storia venga amputata, prima o poi accetterà anche di essere messo ai margini nel presente.
Blocco Studentesco




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